mercoledì 26 aprile 2017

Percorrendo Strade, riscoprendo Storie




Campill – Mühlental – Naturpark Puez - Gaisler
   Longiarù – Valle dei Mulini – Parco Naturale Puez - Odle 
Immagine tratta dall'archivio personale

“Sentieri, antichi sentieri, chissà quali passi vi hanno solcati…. “ Questo è il pensiero che mi accompagna quando mi accingo ad esplorare un territorio. In generale la scelta di indagare una zona, non è mai casuale, o almeno apparentemente potrebbe sembrarlo, ma poi capisco sempre di essere stata condotta esattamente dove avevo bisogno di essere portata. Così inizialmente la scelta cade su un luogo, una valle, e so che l’escursione diventerà viaggio, disegnando  la diversità fra l’esser turista e l’essere viaggiatrice, caratterizzata da una differenza sostanziale che ha a che fare con la propria anima e con l’anima dei luoghi. La turista esplora, ammira monumenti, paesaggi, musei, laghi, montagne, e corsi d’acqua, la viaggiatrice compenetra tutto questo, con l’esatto intento di esplorarlo non solo visibilmente ma anche invisibilmente, ed allora il viaggio, può essere condotto anche accanto a casa o a pochi chilometri da essa. Perché è così che la strada percorsa diventa via di accesso a sé, attraverso quella storia, quel racconto, quel mito, quella leggenda, quella tradizione, portando dentro ciò che sembra essere solo esterno ed al contempo invece, manifestando in chi esplora, qualcosa che chiedeva di svelarsi.  Ed allora l’esperienza personale incontra il luogo e nel silenzio interiore, sorge l’ascolto di uno spazio che nel proporsi, offre anche tutte le impronte energetiche di chi lo ha camminato, vissuto, ritualizzato in un tempo che fu, e che nel dialogare crea connessione, che attraverso quello che io definisco ‘guizzo d’intuito’, può essere fortemente ispiratrice. E’ il sito che chiama ed accoglie ed io che accolta, accolgo a mia volta. Si crea relazione e gli elementi racconteranno una storia che scorre attraverso l’acqua, che è cantata dal fruscio del vento, dalla terra che ha custodito il ricordo e la storia che come fuoco attende solo di essere ravvivato, per farsi riconoscere.  L’ingrediente fondamentale dell’esplorazione è il tempo, che in un’epoca dove viene elogiata la rapidità in tutto, sembra un paradosso. Ma un luogo per essere 'accolto’ va percorso e ripercorso, in generale la prima visita è quella che considero ‘apripista’, quella che cioè segnerà il tracciato da esplorare e che mi permette di raccogliere tutta una serie di informazioni, che affiorano dal silenzio interiore come ‘piccole luci’ che delineano il cammino e  che in generale annoto appena riesco e delle quali non so nulla sul riscontro storico o tradizionale. Perché il viaggio al quale mi approccio, lo vivo nella  non conoscenza del luogo, affinché si crei un ‘dialogo’ il più autentico possibile, scevro per quanto fattibile da proiezioni create spesso, dal sapere prima. Avuto questo primo contatto, appena a casa annoto sensazioni, percezioni, emozioni, diciamo che in qualche modo lascio sedimentare il tutto. Da lì a poco inizia la seconda parte dell’esplorazione, la ricerca che mi permetterà attraverso coloro che prima di me, hanno già studiato quel territorio dal punto di vista storico, archeologico, folkloristico, di confrontarmi; mi reco poi a musei ove posso trovare reperti riscoperti, ed in questa raccolta di informazioni multicolori, porto avanti lo scambio con il luogo, attraverso anche il lavoro altrui, che se da una parte mi consente di acquisire notizie ed informazioni, dall’altra mi concede di verificare le mie intuizioni e le sfumature percepite. Leggere di altri e ricordarne le opere, mi permette inoltre di onorare il lavoro, di chi, prima di me, ha camminato le stesse vie e le ha illustrate attraverso il proprio sguardo e la propria sensibilità e cultura.  In questo modo onoro gli antenati di quei luoghi, narrati dalla voce e dagli scritti di altre ricercatrici ed altri ricercatori. Ed è così che i miei passi si uniscono a quelli di anni, secoli e millenni precedenti, ed il viaggio-racconto diventa intreccio di istanti che si incrociano tessendo e narrando l’apparente Tempo.

Lujanta

Percha – Pustertal Perca - Val Pusteria 
                Immagine tratta dall'archivio personale                     

mercoledì 12 aprile 2017

Ostara la Dea della primavera, che diede il nome ad Ostern, la Pasqua


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                                                             Testo scritto da Lujanta



Narra la leggenda che Ostara, Dea della primavera e della fertilità, mentre camminava in un bosco, fra i cui alberi regnava ancora il gelo dell’inverno, notò un uccello che non riusciva a volare, pensò così di trasformarlo in un leprotto (i piccoli di lepre a differenza di quelli dei conigli nascono già formati e dotati di pelliccia), così il piccolo avrebbe potuto passare indenne gli ultimi giorni di freddo che lo conducevano alle giornate piu’ tiepide della nuova stagione. L’animale seppur trasformato, continuò a deporre uova che da quel momento ebbero i colori dell’arcobaleno, in onore e ringraziamento alla Dea. La lepre prima, il coniglietto poi (appartengono alla stessa famiglia dei leporidi, seppur con peculiarità diverse) e l’uovo diventarono così simbolo della stagione della primavera. 

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Ed Ostara spesso viene raffigurata come una lepre o come una donna dalla testa di lepre. La lepre è simbolo lunare, di giorno si nasconde, per rendersi visibile alle prime luci dell’alba, nell’erba alta mentre corre e danza con le sue compagne (pensiamo alla lepre marzolina di Alice nel paese delle Meraviglie), e rappresenta anche e con il coniglio, gli aspetti della fecondità e del rinnovamento. Proprio il fatto che si faccia vedere maggiormente in ore di non piena luce, in quelle ore che vengono considerate ‘di confine’ ha fatto si che fosse considerata intermediaria fra questo e gli altri mondi, e questa peculiarità la unisce anche ad un’altra divinità, Ecate, per cui la lepre era sacra proprio in nome degli attributi lunari che la connotano. I Celti la consideravano animale divinatorio e depositaria di antica saggezza per questo vicina a fate e streghe, e traevano presagi anche dal modo in cui correva. Le lepri venivano anche allevate in zone quali la Bretagna e l’Irlanda, ma data la sacralità dell’animale non ce ne si cibava, l’unica eccezione fu rappresentata dalla caccia riturale, proprio concomitante con l’equinozio, in cui la lepre diventava il pasto rituale della comunità, che ne acquisiva le caratteristiche, cibandosene. 


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Ricordiamo anche che la lepre durante l'inverno cambia il colore del suo manto dalle tonalità bruno-grigiastro simile alla roccia ad un bianco candido per meglio confondersi con il terreno ricoperto di ghiaccio e neve mentre nel nord più estremo la lepre rimane sempre bianca per mimetizzarsi il più possibile con il territorio.


Ma torniamo ai simboli legati a questo periodo dell’anno che coincide con l’equinozio di primavera, Alban Eilir o Eiler- Luce della Terra, come viene denominato nel Druidismo, cioè il momento in cui giorno e notte sono in perfetto equilibrio. Equinozio deriva dal Latino ‘aequus nox-notte uguale’ e quello primaverile denominato anche vernale si verifica nel momento in cui il sole si trova al di sopra dell’equatore ed è celebrato fra il 20 ed il 23 marzo. Questo istante segna il passaggio dalla stagione invernale che ci ha portati nelle profondità della natura e di noi stessi, al periodo dell’anno che invece ci conduce verso la più luminosa e colorata manifestazione esteriore e che nella natura segnerà il tripudio di fiori e frutti. Dunque la lepre rappresenta una forte fertilità,  che in questo periodo il terreno manifesta essendo pronto per la semina e per il nascere dei frutti della sua gestazione. Ma questo animale è presente in molte tradizioni di tutto il mondo, europee come asiatiche ed africane. Si dice infatti che i disegni sulla superficie lunare siano impronte di lepri o lepri stesse, questo ad evidenziare la connotazione ed associazione lunare dell’animale. Nella Tradizione buddhista si narra come Buddha affamato, incontrò una lepre che per placare il suo appetito balzò nel fuoco. Buddha per ringraziare, impresse l’immagine dell’animale sulla Luna. In Cina la lepre è munita di mortaio e pestello per creare un elisir di immortalità. E tornando in Europa ed alla tradizione norrena, anche la Dea Freya aveva delle lepri come ancelle. La lepre dell’antichità è stata oggi parzialmente sostituita dal coniglietto, con cui condivide un aspetto fondamentale, la velocità nel riprodursi, ma entrambi gli animaletti portano in dono l’uovo simbolo di fertilità. 

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Purtroppo poi nel mondo ebraico-cristiano la lepre assunse una connotazione negativa, nel Deuteronomio e nel Levitico viene considerata impura, e se sempre nel Cristianesimo viene associata solo a paura e timidezza, nelle varie rappresentazioni la possiamo trovare sotto i piedi di una santa, nella contrapposizione verginità-peccato della carne. Nel Medioevo divenne animale foriero di disgrazie, ed ovviamente uno degli aspetti che le streghe potevano assumere, tanto che ferite lasciate su lepri potevano essere rinvenute su corpi di donna il giorno successivo. E la lepre bianca era considerata presagio di morte. Mentre in un’altra tradizione ancora, quella dei Nativi Americani, la Grande Lepre è simbolo eroico dell’alba nascente, che crea e trasforma. Anche nell’Antico Egitto abbiamo forti correlazioni con questo animale: Osiride risorto viene rappresentato da una lepre. E per i Greci era sacra ad Afrodite ed a suo figlio Eros. Fortunatamente anche la lepre di Ostara rappresenta ciò che nasce, che è fertile e può trasformarsi. E attraverso cosa di più rappresentativo si può esprimere ciò che nasce se non con l’uovo? Antichissimo simbolo cosmico pre-cristiano, rappresenta ciò che nasce due volte, la prima volta quando viene deposto, e la seconda volta quando si schiude. Ma tutto questo a cosa ci fa pensare, se non al seme che nascosto nella terra attende di essere riscaldato e bagnato per sviluppare il suo potenziale di vita, esattamente come l’uovo che con il calore della covata, farà crescere la vita dentro di ? E non è forse lo spuntare dei primi germogli di una pianta o di un fiore, che fa pensare al guscio, che a colpi di becco il piccolo pulcino romperà per uscire alla luce? Così l’uovo protegge ed intanto potenzia ciò che contiene esattamente come la terra, sino a che sarà pronto per manifestarsi pienamente. Ed in tempi in cui erano onorati gli Dei, le uova erano scambiate sotto un albero ritenuto ‘magico’ nel villaggio, collegando così Ostara ai culti arborei.

Sumeri e Babilonesi avevano un Credo comune che li portava a pensare che una colomba sorvolasse le acque del caos, e quindi desse loro una forma di vita, trasformando così la potenzialità in vita reale. Nei miti di queste due civiltà la colomba era associata pero’ ad un altro animale: il serpente, quindi rifacendoci a queste tradizioni, l’uovo da cui tutto ebbe inizio era un uovo di serpente. Ed anche per gli Egizi l’uovo cosmico è stato prodotto dalla bocca di un serpente che si chiamava Kneph, così come la mitologia greca con l’Orfismo narra di un uovo a cui è legato il mistero della vita, che nelle rappresentazioni è protetto dall’Ouroboros, mitico serpente circolare che si morde la coda. Ed oggi questi simboli fanno parte ancora della tradizione primaverile e pasquale, con tutta una serie di ritualità che andremo ad analizzare e che per le aree germanofone dell’Europa che ci riportano a tempi decisamente antichi, e sicuramente pre-cristiani. 

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Sappiamo inoltre che fra le antiche usanze europee pre-cristiane della primavera, c’era quella che vedeva uomini vestiti con pelli di animali e paglia, aggirarsi per i boschi, per spaventare ed indurre l’inverno ad andare via, ed al contempo giovani fanciulle vestite di bianco e ornate di fiori spuntavano da rocce e cavità a richiamare l’arrivo di Ostara.
 

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Riguardo ad Ostara o Eostre/a nella forma inglese del suo nome, da cui viene Easter- Pasqua, abbiamo scarne informazioni. Le prime fonti risalgono a Beda, conosciuto almeno dal XII secolo come il Venerabile, divenuto poi Santo della Chiesa cattolica, celebrato il 25 maggio e vissuto a cavallo fra il 673 circa ed il 735.  Negli studi riportati nel suo libro ‘De Temporum Ratione’ al capitolo XIII cita brevemente, senza particolari descrizioni, due nomi che avrebbero preso i mesi di marzo ed aprile seguendo appunto quello di due divinità: Ffrede (Rhede) ed Edstre (Eostra), definendole espressamente ‘Antiche Dee della sua gente’ che davano origine ai nomi di ‘Redmonath’ per indicare il mese di marzo e ‘Eosturmonath’ per indicare quello di aprile. 

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Sucessivamente un altro storico latino, Eginardo (fr. Éginhard, ted. Einhard, lat. Einhardus 770-840) principale biografo di Carlo Magno, citò il mese di aprile come ‘Dstarmdnoth’ ed ancora oggi in Tedesco il mese di Pasqua è chiamato Ostermonat. Questo fa semplicemente pensare al fatto che il culto di questa Dea fosse talmente radicato che la Chiesa ne tollerò il nome, e lo applicò ad una delle sue maggiori festività. Ostara contiene nel suo nome la particella ‘Ost’ che ancora oggi in Tedesco indica l’est, e la cui etimologia sembrerebbe provenire da ‘aus’ o ‘aes’  cioè l’est, sarebbe la Dea dell’alba o del sole nascente. In effetti questa divinità rappresenta maggiore calore, luce, rinascita e crescita, nuova manifestazione quindi di ciò che con Imbolc pulsava sotto la terra e timidamente iniziava a mostrarsi.

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Secondo il germanista Friedrich Kluge (Colonia 1856 - Friburgo in Brisgovia 1926), che ha sempre supportato la tesi di Ostara come divinità germanica, nel suo famoso ‘Etymologischen Wörterbuch der deutschen Sprache-Dizionario etimologico della lingua tedesca’ si riferisce al ricercatore Leopold von Schroeder (Indianista, Tartu- Estonia 1851 - Vienna 1920) che spiega come Ostara non sia l’unica divinità dell’alba e del nuovo giorno, manifestando così, una sorta di parentela con la lituana Ausrine, la lettone Auseklis, la romana Aurora, la greca Eos e la indù Ushas, tutte Dee accomunate dalla stessa caratteristica del nuovo sorgere. Sappiamo anche che invece le regioni del nord della Germania, hanno denominato fino a buona parte del Medioevo, in Basso Tedesco, ‘Paschen’, la Pasqua, probabilmente in seguito alla derivazione dalla parola ebraica ‘Pesach’. Ma torniamo ad Ostara-Eostre sulla quale non avendo indicazioni certe, si potrebbe pensare che fosse una divinità regionale, forse delle zone collinari e montuose quindi, mentre altre dichiarazioni sulla veridicità delle attestazioni di Beda, con la motivazione che non si conoscono le sue fonti, rischiano di diventare tendenziose. Del resto studiosi del calibro di Max Manitius (filologo e storico Dresda 1858 – 1933)  lo definì ‘il più grande erudito dell’Alto Medioevo’. Mentre nella sua prefazione del 2006 all’opera ‘Storia degli Inglesi’ Michael Lapidge scrive (pag. XLIV) “…Ciò che è sicuro, invece è che dedicò la sua vita, come lui stesso ci dice nell’ ‘Historia Ecclesiastica’ (V XXIIII 2) a studiare, insegnare e scrivere. Di quanto fosse carismatico l’insegnamento di Beda si può avere un’idea grazie alla commovente lettera che il suo allievo Cuthbert scrisse negli anni immediatamente sucessivi alla morte del maestro nel 735; del suo livello come scrittore è testimonianza il vastissimo corpus delle opere pervenute fino a noi'. Quindi Beda è stato un fine ricercatore, che sappiamo raccolse anche tradizioni orali, per comporre le sue opere, la sua attendibilità in merito, alle seppur poche informazioni su Ostara, non dovrebbe essere messa in dubbio, sebbene vada approfondita ulteriormente.

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Mille anni dopo il Venerabile Beda, i fratelli Wilhelm (Hanau 1786 – Berlino 1859) e Jakob Grimm (Hanau 1785 – Berlino 1863), nella raccolta di tradizioni orali in quella Terra che sarebbe poi diventata la Germania trovarono attestazioni  che narravano di Ostara e delle sue celebrazioni che cadevano dopo la luna piena sucessiva all’equinozio di primavera. Con il Concilio di Nicea del 325, venne deciso che la Pasqua cristiana si festeggiasse indipendentemente da quella ebraica, la prima domenica dopo il plenilunio che seguiva all’equinozio. Specialmente Jacob nella sua ‘Deutsche Mythologie’ Vol. I asserisce che l’idea della resurrezione era parte integrante della celebrazione della Dea Ostara e che Ostara, Eastre può quindi esser stata una divinità della mattina radiosa, della luce nascente, una gioiosa, salvifica divinità, il cui termine è stato usato per la festa della resurrezione del Dio cristiano.

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Una nuova ipotesi sull’origine della parola Ostern è data dagli studi di Jürgen Udolph, filologo dell’Università di Lipsia, che mostra una possibile correlazione del nome Ostara anche con il proto-germanico ‘Austr’ che significa est ma anche acqua, e che si collega al termine ‘Ausa’  che significa versare acqua, e che riporta ad un concetto ad oggi noto come battesimo. Del resto Germani e Celti entrarono per lungo tempo in contatto specialmente nelle aree lungo le rive del Reno, e le due culture si influenzarono vicendevolmente. Sappiamo che esisteva una pratica fra gli antichi scandinavi chiamata appunto ‘Ausa vatni’ attraverso la quale ritualmente si consacravano i bambini, bagnandone il capo con acqua di particolari fonti, e attribuendogli un nome, che riconduce per similitudine al battesimo cristiano. Linguisticamente sappiamo che il termine Austro ed il suo femminile Austra, sono forme proto-germaniche, che troviamo nella cultura norrena appunto, presenti nella forma del ‘Nano Austri’, un’entità maschile legata anch’essa alla direzione dell’est. Nel 1958 sono state scoperte nella zona di Morken-Harff, nella zona della Bassa Renania, non lontano da Colonia e Bonn, in una proprietà di antichi romani, 150 pietre ed un altare votivo chiaramente dedicato a tre Matrones, Divinità nel numero di tre ed in età matura (in rari casi due donne piu’ vecchie ed una più giovane) spesso rappresentate con attributi di fertilità, come cesti di frutta, pani, bambini. L’altare che riporta l’acronimo latino V.S.L.M. rappresenta il ringraziamento per un voto che è stato adempiuto da questè Divinità, che seppur oggi possiamo confermare essere di origine germanica e non celtica, sappiamo avere come epiteto ‘Austriahenae – Le Madri delle Tribù dell’Est’. Queste nuove conferme, fanno non apparire azzardata una correlazione fra la Ostara/Eostre celtica e queste Matrone germaniche legate sempre all’Est, il cui culto era poi diffuso in popoli vicini ma differenziati dal substrato etnolinguistico. Altre località sempre in Germania legate ad Ostara le troviamo in Bassa Sassonia ad Osterode am Harz, Osterholz, Osterbruch, Ostercappeln, Osterwald; Osterburg, Osterfeld, Osterwiek in Sassonia-Anhalt;  Osterburcken nel Baden-Württemberg. In Baviera Osterofen. Poi passiamo allo stato che ha nel suo nome la Dea della Primavera l’ Österreich, l’Austria: Osterwitz in Stiria e Ostermiething in Alta Austria.

l'Hosterhase il leprotto-coniglietto di Pasqua 
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In questa che è una delle Feste del Fuoco le tradizioni ed i rituali che la caratterizzano in questa Regione ed in Austria e Germania sono numerosi.

‘Feldweihe’ la consacrazione del campo, è un rituale che i contadini celebrano ancora adesso, avviene in concomitanza con l’equinozio di primavera. Si tratta di disperdere ai quattro angoli del campo: menta piperita, rami di salice, erbe aromatiche e primule, dedicandolo alla ‘primavera’. Al centro del campo si conficca e accende una candela bianca chiedendo un tempo bello che porti raccolti ricchi e rigogliosi  e per proteggerli da tempeste. Anche la forma di questo rituale ricorda l’unione del Femminile e del Maschile, la candela che penetra il terreno, è accesa a rappresentare il calore del fuoco, e l’invocazione ai quattro angoli del campo, richiama gli auspici di fertilità massima e di protezione di tutto ciò che potrà nascere dall’utero-madre delle profondità del suolo.

Scheibenschlagen o lancio dei dischi ardenti
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‘Scheibenschlagen’ o ‘lancio dei dischi ardenti’. Tradizione radicata nella cultura alpina tirolese (ma anche in Baviera, in Svizzera ed in Friuli sulle Alpi carniche, dove è chiamata Tir des cidulis) ha luogo generalmente la prima domenica di quaresima e specialmente nella Vinschgau-Val Venosta, in località di Planol/Pianvenna a Malles. In questa domenica chiamata anch’essa tradizionalmente ‘Holepfannsonntag’ o ‘Funkensonntag’ si rivive e tramanda una tradizione di origine celtica che consiste nello sbattere, posizionati su colline scelte precedentemente dalla comunità e chiamate le ‘Scheibenbichl’, dischi o piatti , gli ‘Scheiben’ appunto giù dalla collina . Il rumore che i dischi incendiati e fatti oscillare prima del lancio, serve a spaventare ed allontanare in maniera definitiva l’inverno, e a propiziare la fortuna del lanciatore (maggiore sarà la distanza a cui è lanciato il disco e maggiore sarà la fortuna del tiratore) e del territorio da dove vengono lanciati. Ancora oggi  questa festa coinvolge tutta la gioventù, che si premura anche di andare a tagliare  i giovani alberi, che saranno usati per creare i  ‘Larmstangen’ o ‘Kasfängga’ o ‘Hex’ che hanno determinate forme geometriche, il triangolo, il rombo o la croce che vengono issati con metodi che riportano a tempi antichi e rappresenteranno un falò visibile da molto lontano. 


"....Il rumore che i dischi incendiati e fatti oscillare prima del lancio, serve a spaventare ed allontanare in maniera definitiva l’inverno..." 
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Al crepuscolo il fuoco arde sulla collina e i giovani impugnano verghe di nocciolo su cui verranno messi i dischi di legno di betulla spessi circa 2 cm, di forma circolare o quadrangolare, dal diametro variabile dai 6 ai 15 cm e con un foro al centro che permetterà di fissarli su bastoni dalla lunghezza di 1-2 metri e che sono lasciati su braci a diventare tizzoni ardenti. 

"...I giovani impugnano verghe di nocciolo su cui verranno messi i dischi di legno di betulla spessi circa 2 cm, di forma circolare o quadrangolare..." 
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Così prima il tiratore creerà suggestive forme circolari, create dall’oscillazione dei bastoni, che batterà poi su un angolo a creare il lancio, mentre urlerà una cantilena talvolta in rima, per attirare fortuna e fertilità, ma che puo’ essere anche fatta di parole di amicizia verso qualcuno di benvoluto, come invece recitando parole di poca benevolenza verso qualcuno di poco amato. 


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Dalla vetta della collina il falò funge da testimone a questa tradizione millenaria, che bruciando connette a culti millenari della fertilità, che in questa zona erano particolarmente importanti, in quanto considerata il granaio di questa regione alpina. Ed allora piu’ a lungo arderà il falò, mentre i dischi vengono lanciati piu’ lontani possibile, più sarà di buon auspicio per i raccolti della stagione a venire. Oggi le cantilene sono rivolte al Signore, ma i falò che testimoniano questa ritualità talvolta possono essere fatti con alberi ricoperti di paglia a formare una croce, o anche una strega, ma anche da alberi strutturati a formare una chiara immagine di vulva. La vulva della Dea.
          
                                      
"Ma i falò che testimoniano questa ritualità talvolta possono essere fatti con alberi ricoperti di paglia a formare una croce, o anche una strega, ma anche da alberi strutturati a formare una chiara immagine di vulva. La vulva della Dea..."
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"Die Scheib, die Scheib in meiner Hand,
ich schlag sie weit ins Land
dass Friede und guete Erntezeit
der Herrgott huier ins verleit"

                                                        
Traduzione "Lancio il disco con le mie mani, lo lancio lontano affinchè il Signore ci accordi pace e un buon raccolto"


Holepfannsonntag nel Voralberg (At) Immagine tratta dal web


La stessa tradizione denominata anche ‘Küachlisonntag’ o ‘Alte Fastnach’, la troviamo nella regione alpina dell’Algovia ad Oberstdorf (Alpi Bavaresi), nella zona della Foresta Nera, in Svizzera, e nel Vorarlberg austriaco, insieme a località del Tirolo come Landeck, Flirsch, Schnann, dove vengono allestiti falò con in cima una figura denominata la strega e vestita di paglia. L’evidenza piu’ antica di questa usanza, attestata da fonti storiche, l’abbiamo in merito all’incendio che arse il monastero benedettino di Lorsch in Assia, nel 1090, colpito proprio da un disco infuocato gettato da alcuni ragazzi, la sera del 21 marzo. Altri documenti datati poi nei secoli XV-XVI e XVII mostrano il rituale ancora documentato nelle zone di Basilea, Lucerna, Bregenz, Innsbruck. L’inserimento di una bambola di paglia in cima ad alcuni falò è un’aggiunta recente del XIX secolo.

'...Esistono anche altri tipi di falò, chiamati Osterfeuer, cioè i ‘fuochi di Pasqua’... accesi il Sabato Santo o la Domenica di Pasqua, e la cui prima attestazione si ha intorno al 1550...' Immagine tratta dal web


Esistono anche altri tipi di falò, chiamati 'Osterfeuer', cioè i ‘fuochi di Pasqua’ che sulla scia di questi accesi precedentemente, ardono il Sabato Santo o la Domenica di Pasqua, e la cui prima attestazione si ha intorno al 1550 circa sempre fra Germania ed Austria. In cima alla catasta di legno in alcune zone viene messo un manichino che rappresenterebbe Giuda. Le ceneri poi verranno sparse sui campi a propiziare un buon raccolto.



'...I mazzi di rami di gattici ‘Palmkätzlein’, rami di salix caprea- salice delle capre, la cui etimologia ci porta a due parole celtiche ‘sal-vicino’ e ‘lis-acqua', in quanto la pianta cresce tendenzialmente vicina a corsi d’acqua...' Immagine tratta dal web            



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Il ‘Palmbush’ è una tradizione che ha luogo la Domenica delle Palme. Nei giorni precedenti la festa sono preparati dei mazzi di rami di gattici ‘Palmkätzlein’, rami di salix caprea- salice delle capre, la cui etimologia ci porta a due parole celtiche ‘sal-vicino’ e ‘lis-acqua’, in quanto la pianta cresce tendenzialmente vicina a corsi d’acqua. A questi rami sono uniti ramoscelli di ulivo e fiocchi coloratissimi. Il tutto sarà poi fissato a lunghi bastoni e portato in chiesa dai bambini, per la benedizione. Queste composizioni cariche di significato, fungeranno poi da protettori della casa contro le catastrofi climatiche. E’ interessante partire dalla pianta che è il fondamento di questa usanza. Il salice è una delle piante magiche, a parte le proprietà curative utilizzate ancora oggi, è una pianta che protegge dai malefici, e tradizionalmente è la pianta usata anche per la costruzione delle scope delle streghe. Una delle prime a fiorire (da febbraio ad aprile), predilige sole e terreni umidi e cresce in aree prettamente montane, fino ai 1600 metri, mentre è completamente assente nelle zone costiere. Le sue infiorescenze sono dette amenti.


Amenti di salix-caprea - gattici della tradizione primaverile
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Inoltre è particolare come la corteccia con il passare degli anni, mostri fessure longitudinali di forma romboidale (che riportano alle forme di alcuni falò che con quella forma ricordano la vulva della Dea). 

Tronco di salix-caprea.  Immagine tratta dal web  


Il salice è anche un albero mellifero, e che quindi fornisce nettare alle api per la produzione di miele. Il nome popolare con cui sono conosciuti i rami ‘gattici’ (o anche misici) deriva dagli amenti bianco-setosi e ‘pelosi’ che ricordano le code dei gattini, mentre il termine latino caprea, indica quanto le capre ne vadano ghiotte.




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Il Giovedì Santo nelle famiglie di Tradizione cattolica, specialmente dove ci sono bambini, vengono decorate le uova che saranno apposte sull’albero di Pasqua, fatto con rami di gattici, ma in effetti le uova colorate si trovano anche già ad inizio primavera disponibili in negozi e supermercati, insieme  a leprotti di ogni forma e grandezza.


Le uova di cioccolata sono ovette di piccola o media
dimensione, perché poi saranno nascoste e cercate, dopo il pranzo di Pasqua, in giro per il giardino di casa dove un leprotto/coniglietto birichino, l’Osterhase, li ha nascosti. Interessante anche notare come madrine padrini usino regalare pandolci a forma di leprotto/coniglietto ai nipoti maschi e di gallina se è una femmina.

Immagine tratte dall'archivio personale


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Esiste poi l’Eierpecken’ o ‘Osterpecken’ oPreisguffen’ o “Goggele pecken” cioè il ‘combattimento con le uova’ in cui due bambini si sfidano a colpi di uovo e usando le punte prima e poi la parte piatta. Vince chi rimarrà piu’ a lungo con l’uovo integro.


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L’ ‘Osterbaum’- l’albero di Pasqua è formato da rami di gattici messi in un vaso e addobbati da uova colorate appese con nastri colorati, in segno di buon auspicio. L'albero puo' essere creato anche fuori, ed in questo caso le uova saranno appese ad un albero della casa.



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Tutto queste usanze che si perdono nella notte dei tempi, ci mostrano come attraverso i suoi simboli e rituali ancora vividi di significati, Ostara sia ancora ben presente nelle ritualità primaverili. Ostara colei che sorge con i raggi più caldi del Sole della primavera, dopo il freddo ed il buio dell’inverno. Ostara la Dea che risorge a sé stessa.


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Bibliografia 

*Storia degli Inglesi – Beda a cura di Michael Lapidge 

*Teutonic Mythology Vol. I – Jacob Grimm (Cap. XIII) 

*I simboli dei Celti – Sabine Heinz

*Gli animali magici – Laura Rangoni 

*Feste pagane – Roberto Fattore 

*Dizionario della mitologia germanica – Claude Lecoutex

*Figure di Donne nei miti e nelle leggende – Patricia Monaghan 

*Nuovo dizionario geografico universale statistico storico commerciale tomo IV  parte I – Conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana

Articoli

*Eostre, l'Alba della Primavera - Laura Violet Rimola

*Le Tradizioni Pasquali. Tra antiche divinità nordiche e simbologie pagane - Andrea Romanazzi

Filmografia - Documentari

Un presente da mille anni, le tradizioni nelle Alpi –  Hubert Schönegger

Sitografia

*www.verdiincontri.com 
*www.sprachauskunft-vechta.de 
* www.artedea.net
* www.questico.de 
* www.eldaring.de
* www.suedtirol.com
* www.wikiwand.com