Lettori fissi

venerdì 23 febbraio 2018

Il Burgkofel di Lothen, il luogo del cinturone dell'Offerta a Hepru






Sulla destra orografica del fiume Rienz-Rienza nel Comune di Sankt Lorenzen – San Lorenzo di Sebato sorgono le frazioni di Sonnenburg-Castelbadia, Fassing–Fassine e Lothen-Campolino. Partendo dal tracciato che dalla statale, a piedi, porta verso Fassing-Fassine, il primo sguardo incontra una falesia che costituisce la roccia a monte della quale sorge quello che oggi è denominato il Burgkofel di Lothen ad un’altitudine di 961 metri s.l.m. La piccola frazione con soli 40 abitanti è compresa territorialmente  fra due cappelle, quella di Santa Maria e quella di San Nicolò. La parete a strapiombo che l’ha resa nota è volta verso sud ovest, ed oggi è una palestra di arrampicata, ma la sua fama è dovuta ad un ritrovamento eccezionale, avvenuto a seguito di lavori di rifacimento stradale, a cavallo fra il 1939 ed il 1940, quando vennero ritrovati tutta una serie di oggetti di bronzo e ferro, fra cui fibule, collane, bracciali oltre a briglie ed a una spada. Ma l’oggetto più importante è senza dubbio un cinturone oggi custodito al Museo Mansio Sebatum e costituito da una lamina in bronzo che presenta due facce, una con iscrizione in lingua retica e l’altra con decorazione di due cervi rivolti verso destra. Misura 34 cm per 12,5 cm, il primo cervo più grande mostra un grande palco di corna e si sta nutrendo, il secondo posto sulla sinistra della lamina invece, seppur mostri caratteristiche maschili è dotato di grandi orecchie di cerva ed annusa il posteriore del primo animale. Sul rovescio della lamina l’iscrizione fu tradotta dal Prof. Alessandro Morandi, uno dei massimi esperti di lingua etrusca e quindi, di lingua retica. L’iscrizione recita:

XANUEL SURIES KALA HEPRU ?IA? ?IL KLUNTURUS             

XANUEL SURIES dedica a HEPRU un opera di KLUNTURUS



Non è ancora chiaro se Hepru fosse una divinità o una persona di alto rango. L’iscrizione del cinturone di Lothen una delle più lunghe trovate sinora ci mostra come le genti alpine locali entrarono in contatto, fra il VI° e V° secolo a.C. con genti dell’Etruria padana e sin dal V° secolo a.C. si assistette all’uso dell’alfabeto che sarà poi definito ‘alfabeto retico nord Etrusco di Bolzano’. E contrariamente a quanto si è spesso affermato l’utilizzo dell’alfabeto da parte di genti retiche appartenenti alla Cultura di Fritzens- Sanzeno è collocabile sia antecedentemente rispetto alla discesa dei Celti-Galli sia precedentemente rispetto alla frammentazione dell’Etruria padana. Ed infine non meno importante, le attestazioni di Livio che conferma l’origine etrusca dei Reti si allinea con le scoperte sinora fatte, mentre le dichiarazione di Plinio riguardo una fuga dei Reti dalle Alpi a seguito delle ondate galliche non ha riscontro archeologico. La scrittura era usata soprattutto per iscrizioni sacre e di ambito religioso e l’iscrizione di Lothen è anche la più antica dell’ambito alpino-dolomitico e si può collocare anteriormente a quelle di Lagole in Veneto e Sanzeno in Trentino. Il soggetto dell’incisione inoltre è collegabile ad altre incisioni simili nell’ambito artistico etrusco, in cui cervi sono stati incisi in posizioni analoghe.

La falesia di Lothen-Campolino vista dalla strada che conduce al Burgkopf attraverso 
Fassing-Fassine



Il paesaggio che conduce alla frazione di Fassing-Fassine e successivamente a quella di Lothen-Campolino


Sopra la cappella di Santa Maria all'inizio della frazione di Lothen - Campolino, sotto la cappella di San Nicolò che sorge su un promontorio all'interno della proprietà della famiglia Stadler
In lontananza la cappella di Kniepaß fatta edificare sempre dalla famiglia Stadler e dedicata a Santa Margherita



Il Burgkofel di Lothen

Inizialmente i reperti in mancanza di adeguata sorveglianza furono trafugati e venduti finendo sul mercato tedesco. Fu solo negli anni ’80  che grazie all’archeologo Reimo Lunz si poté rintracciarli e riportarli nel loro luogo di origine. Risalgono ad un periodo compreso fra il 450 ed il 370 a. C. per forma e foggia riconducibili alla Cultura di La Tène, appartengono ad un abbigliamento tipico del V° e IV° secolo a.C. La Cultura di La Tène ebbe come caratteristica una produzione metallurgica di valore con manufatti di pregio abbelliti da decorazioni accurate e particolareggiate. Inizialmente si pensò che questi oggetti potessero derivare da una frana della sommità del colle soprastante, ma la tesi più accreditata rimane quella del Prof. Hubert Stemberger che li definì come parte di un’offerta votiva alla piccola sorgente poco distante. Possiamo dedurre quindi che il deposito fosse un luogo di culto collettivo, collegato al resto del villaggio da diversi sentieri.









 Dalla sommità del Burgkofel, davanti uno strapiombo e la vista della Rienz-Rienza


La sommità del colle ha mostrato a seguito di scavi successivi resti di insediamenti e fortificazioni appartenenti a secoli diversi, sebbene i primi insediamenti risalgano all’Età del Rame come un po’ in tutte le zone del Comune (2600-1850 a.C). Abbiamo testimonianza che il Burgkofel di Lothen divenne anche un castrum a partire dal IV° secolo d.C., cioè un insediamento fortificato la cui parete nord era rafforzata da un’alta muraglia e da un profondo fossato. Di quell’insediamento faceva parte anche una necropoli e con probabilità anche una chiesa paleocristiana ma di cui al momento non se è ancora rilevata traccia. Ma soprattutto e ancora oggi parlare di Lothen significa ricordarne il suo cinturone e l’Offerta a Hepru.









Immagini 1 e 2 Museo Mansio Sebatum
Immagini altre tratte dall’archivio personale

Bibliografia e sitografia

*Ferruccio Bravi I Reto Etruschi, Centro di Documentazione Storica per l’Alto Adige 1975
*Rafaela Costantini  Sebatum, L'Erma Di Bretschneider, 2002
*Christian Terzer  Sebatum sulle Tracce dei Saevati – Guida al Museo
*Hubert Stemberger  San Lorenzo di Sebato, Editore Associazione Pro Loco di San Lorenzo di Sebato 1991 
*Mio articolo del 2017: St. Margareten- Kniepaß - St Lorenzen, Dea Ambeth (celtica)


sabato 3 febbraio 2018

La Dea Serpente di Bianco Cristallo






Racconto di Lujanta

Nella borgata di Taisten-Tesido, una delle due che con Welsberg – Monguelfo, borgata maggiore, forma l’omonimo Comune in Pustertal-Val Pusteria, esiste, dai tempi di cui nessuno ha più memoria, un altipiano baciato dal sole, che tutti conoscevano come luogo di pura benedizione. Quel luogo è la Taistner Alm- l’Alpe di Tesido, situata ai piedi del Rudlhorn – la Roda di Scandole che insieme al Lutterkopf - Monte Luta e al Durrakopf - Monte Salomone, incastonano l’area in una cornice di bellezza e quiete. Quel luogo era soprattutto il regno della Regina di quei boschi e di quei prati, bianca come la neve, trasparente come il cristallo. La Regina Serpente era Signora della buona sorte e della fortuna, Colei a cui i valligiani si rivolgevano fiduciosi portando offerte di latte freschissimo dei loro animali o portandoli direttamente a pascolare su quegli alpeggi, durante le giornate più calde dell’anno. Chiunque, tornando a casa avrebbe avuto una maggiore produzione di latte e maggiore produzione di prodotti da esso derivati, che avrebbe significato migliore sostentamento per tutte le famiglie del villaggio. Anche le colture sarebbero state abbondanti, i cereali per il pane di ottima qualità ed anche il dolcissimo miele sarebbe stato prodotto in quantità dalle laboriosissime api, che amate e curate dagli abitanti avrebbero prodotto ciò che sarebbe servito non solo a rendere dolci talune preparazioni di cibo, ma anche ad alleviare i malanni che il freddo avrebbe portato con l’inverno. La Signora dei Serpenti era bellissima, il suo corpo grande per diametro oltre che  lungo e sinuoso, era candido come la neve e trasparente come ghiaccio. Sulla sua testa spiccava una corona d’oro. Custode di grandi tesori, soprattutto delle forze benefiche della terra la si poteva vedere, seguita da altre serpi mentre si avvicinava ad un corso d’acqua o sonnecchiare all'ombra di un masso o in un anfratto. Chiunque l’avesse incontrata sapeva che tenendosi a distanza e non portando con sé che pensieri benevoli, quella stessa benevolenza sarebbe stata rielargita  in maniera tangibile attraverso i doni che la terra avrebbe dato, garantendo alla comunità benessere, pace e prosperità. La vita scorreva rispettosa degli equilibri che regolavano le stagioni e lo scorrere del tempo, e la comunità viveva in quiete ed armonia sino a che un giorno, giunse da un luogo molto lontano un uomo. Lo straniero dal fare grezzo e rude, fu subito notato nel villaggio, tanto quanto le sue parole che echeggiarono in maniera cupa alle orecchie dei pacifici abitanti “So che qui c’è una Regina dalla corona d’Oro” tuonò “Ed io sono venuto ad ucciderla. So che è il male, che con le sue spire può uccidere, ed io ho preso l’impegno di portare al mio re la sua corona.” Intorno all’uomo si era formato un capannello di persone, da poco più dietro si levò una voce, era quella di un’anziana del villaggio che appoggiata al suo bastone esordì: “Tu che arrivi da così lontano, porti con te pensieri sbagliati e violenti che non fanno parte della nostra cultura e soprattutto dimostri di non conoscere nulla della nostra Regina. E’ vero lei potrebbe stritolarti con le sue spire, ma solo se la sua vita fosse in pericolo. Hai informazioni errate, torna dal tuo re, e digli che questa è una comunità felice della propria vita e che la Regina dona prosperità e pace.” L’uomo rimase ammutolito, in effetti sapeva del grande valore della corona, e non voleva tornare dal suo signore a mani vuote, ma capì anche che la popolazione del villaggio non gli avrebbe permesso  di portare a termine il suo compito. Decise così di ritornare dal suo re, ma non certo con l’idea di abbandonare il suo intento. Intanto passarono le stagioni e la vita della comunità proseguiva cadenzata ed armoniosa come sempre, ma un giorno lo straniero si ripresentò e non era solo, aveva portato con sé altri guerrieri, la comunità non era abituata a combattere, fu facile avere la meglio su di loro uccidendo tutti, e salire poi all’Alpe  per cercare la Regina dei Serpenti e tutte le serpi che vivevano lì. La battaglia fu lunga e cruenta, gli uomini si fermarono con un accampamento per alcuni giorni, al fine di essere sicuri di avere ucciso tutte le serpi, agirono con la fierezza ignobile di aver devastato una cultura di pace solo per la loro cupidigia ed a causa dei modi bellicosi a cui erano stati educati. Tornarono dal loro re con il bottino promesso della corona d’oro e mai più nessuno li vide. La zona così rimase desolata e spogliata di uno dei massimi simboli di conoscenza, saggezza e prosperità, ma la storia e la sua impronta di regalità, buon auspicio, rinnovamento e fortuna rimasero nel tempo, tanto che in Valle un bastone a forma di serpente venne usato sino al XX° secolo per andare nelle case ad annunciare i matrimoni, e quel bastone ha portato, sebbene in maniera forse inconsapevole, sino a tempi recentissimi il Culto della Dea Serpente, Signora di ricchezza, felicità e benessere.






Note:
Un paio di anni fa in maniera completamente fortuita trovai l’immagine del bastone, di cui parlo nel racconto, e negli anni analizzando leggende locali non lessi nulla che non fosse libero da contaminazioni successive e pressoché totali che distolgono la narrazione dalla vera natura della Dea Serpente e che potevano legarsi a quell’oggetto tanto importante, verosimilmente eredità e testimonianza di un antichissimo culto legato a questa divinità. Questo bastone e l’utilizzo a cui è stato preposto ufficialmente hanno rinnovato, seppure in maniera silente quella Tradizione, anche se poi ci si è stratificato altro in termini di lettura simbolica e religiosità. Ma andare ad annunciare dei matrimoni contadini con tanto di verga serpentina ha continuato a collegare gli abitanti della Pustertal-Val Pusteria ai concetti di rinnovamento e prosperità connessi alla Signora dei Serpenti. La creazione di questa leggenda nasce così come omaggio al paese in cui abito oramai da anni, alla sua gente ed alla loro Antica Cultura, essendo proprio la frazione di Tesido la più antica delle due borgate che costituiscono il Comune, con ritrovamenti archeologici anche riferibili a luoghi di culto preistorici; a questo aspetto si è aggiunta la lettura della leggenda dell’Alta Eisacktal – Valle Isarco ‘Il Serpente Bianco’ di Brunamaria Dal Lago, che ha fatto scaturire in me la voglia di dedicare un racconto a questa zona, attingendo da ciò che sappiamo essere a livello archeologico, oltre che di Culto e Tradizione pre-cristiana la rappresentazione serpiforme. La leggenda in questione ispirata dalla versione di J. A. Heyl, fa emergere ciò che stessa autrice in una nota dello stesso libro ma di altro racconto, evidenzia, come narrazione che ha perso quello che viene definito come la ‘magia dei racconti di montagna’. Oserei dire che in molte narrazioni, così come oggi sono arrivate a noi, si è perso il senso originario del racconto, che proveniva da una cultura completamente diversa, in cui il serpente non è visto come figura malvagia sinonimo addirittura diabolico secondo la concezione cristiano-cattolica, ma portatore di fortuna e benessere, offrendoci così una lettura lontana dalle sue origini e sradicando quindi i racconti dalla loro radice originaria ed interpretativa. Così l’Alpe di Mittewald de ‘Il Serpente Bianco’ è diventata la Taistener Alm ed il mio racconto narra come in altre leggende della zona e delle valli attigue, l’arrivo di uno straniero, che non veniva solo da lontano, ma che portò con sé una cultura bellicosa e patriarcale, usurpò territori, usi, riti, conoscenze pregresse, che però in questo caso non sono andate completamente perdute, nell’oggettistica e nella ritualità, ma anzi in questo raro esempio di bastone-serpente, ritroviamo la sacralità del rito di passaggio, il matrimonio a cui partecipa tutta famiglia inizia già nel momento dell’invito, quando il cerimoniere andando di casa in casa annuncia ed invita alla celebrazione. Ricordiamo che il matrimonio, sino al XIX° secolo, ed anche più tardi, nelle zone rurali e montane era visto e vissuto non tanto come il gesto romantico che ne connota la lettura oggi, ma come l’unione di due persone che avrebbero assicurato quel ricambio generazionale che diventava una garanzia di sostentamento per la comunità.



Immagini tratte dal web la seconda di proprietà del Museo Civico di Bolzano


Bibliografia


*Bruna Maria Dal Lago Fiabe del Trentino Alto Adige, Mondadori 1997 Pag. 182

domenica 21 gennaio 2018

Le due Madri, storia di una premonizione






Leggenda rinarrata da Lujanta


Era già caduta la prima neve di agosto, come succedeva a fine estate, e con la neve era arrivata anche la nebbia. Miola stava scendendo verso il villaggio di Pian, in Alta Val di Fassa, all’imbocco della Val Duron. Dal villaggio posto su una collina si vedevano i pendii boschivi del Monte Rodella, ma in mezzo a quella nebbia che velava il paesaggio e le direzioni e che si era diradata per un solo istante, la giovane ragazza capì presto di essersi smarrita e di essere finita sulle Crepe de Pedonel, dirupo scosceso e pericoloso. Cercò aiuto gridando con tutte le sue forze, rivolta verso la valle, ma non udì nessuna risposta, mentre la nebbia si infittiva sempre più. Quando ormai pervasa dalla paura, stava abbandonando ogni speranza di essere soccorsa, si sentì prendere la mano. Una Vivena (1) era arrivata in suo aiuto. La condusse alla sua grotta, un luogo accogliente dove Miola si sentì subito a casa. Parlando amichevolmente ad un certo punto la Vivena, chiese a Miola se avesse un fidanzato. La ragazza si incupì in viso, raccontò che era innamorata di un uomo, che però la sua famiglia non vedeva di buon occhio poichè vedovo e già padre di una fanciulla, alla quale lei teneva molto e di cui si sarebbe presa cura molto volentieri. Ma i genitori di Miola temevano che la figura di una matrigna nei confronti di una figliastra avrebbe presto minato i rapporti con l’uomo che lei amava. La chiacchierata si concluse e la Vivena e Miola andarono a dormire. La fanciulla quella notte fece uno strano sogno. Era in un luogo dove il paesaggio innevato era illuminato dalla luna, dal folto del bosco di abeti, una donna con un fazzoletto bianco legato intorno al collo, le stava andando incontro. Miola aveva paura, la donna le chiese se sarebbe stata in grado di mantenere una promessa, Miola rispose affermativamente, senza alcuna esitazione. La donna aggiunse che se negli anni avesse avuto dei dubbi, una mano di morto le avrebbe indicato come agire. Mentre le diceva questa frase le tese la mano che al contatto Miola sentì gelida. Il mattino dopo, sveglie di buon’ora la Vivena e Miola si incamminarono sulla strada di ritorno della ragazza. Mentre la Vivena la accompagnava sino al punto in cui avrebbe dovuto proseguire da sola, Miola le raccontò il sogno, cosa si erano dette lei e la dama del bosco e soprattutto parlò di quella mano gelida che non avrebbe certo dimenticato. La Vivena le spiegò subito che la donna del bosco non era altro che la moglie defunta dell’uomo che intendeva sposare, e che il segno distintivo era dato dal fazzoletto di seta bianca, a cui lei era molto affezionata, tanto che il marito glielo legò al collo prima che la bara fosse chiusa. Miola iniziò ad agitarsi, capendo che la Vivena aveva capito molto di più di quel sogno e le chiese tutto d’un fiato cosa intendesse allora per promessa. La Vivena rispose : “Tu sposerai l’uomo che ami, da lui avrai un figlio che talvolta non andrà d’accordo con la sorellastra, ma tu se non vuoi avere problemi, devi sempre dare ragione alla ragazza, credi di poter mantenere questa promessa?” E le chiese di giurare. Miola giurò, con tutto l’amore che aveva nel cuore, che avrebbe amato quella ragazza come e anche più del figlio nato dal suo grembo, ignara di ciò che avrebbe vissuto a causa di quella scelta. Passarono sette anni, Miola aveva sposato l’uomo di cui era innamorata e dalla loro unione era nato Tita, un bambino che Mèina la sorellastra oramai tredicenne, amava, ma con il quale ogni tanto litigava, come è normale fra fratelli.  Ma Miola, non sgridava mai Mèina, e quando c’era tensione fra i due fratelli, cercava di portare pace fra di loro, giustificando sempre l’agire della ragazza, al punto che il marito la riprese aspramente dicendole che non sapeva essere una buona madre, che Mèina stava crescendo viziata ed egoista. Miola ricordava l’impegno che aveva preso e quindi scusava sempre ogni azione della figliastra, anche il giorno in cui lasciò Tita in custodia a Mèina mentre il bambino doveva girare la polenta nel paiolo affinché cuocesse. Ma Mèina si era attardata sulla porta di casa a parlare con una sua amica ed all’improvviso un urlo la riportò a Tita. Il bambino si era bruciato con della polenta fuoriuscita dal paiolo ed aveva iniziato a piangere, Mèina lo soccorse bagnando la manina scottata, con acqua, per lenire il bruciore. Il padre però che aveva visto la figlia sull’uscio a chiacchierare, era talmente irato che Miola ancora una volta intervenne a protezione della figliastra. Il marito di Miola trovava diseducativo assecondare sempre la ragazza, non capiva proprio perché Miola trovasse sempre il modo di scagionarla anche di fronte all’evidenza. Erano le ultime giornate d’inverno, una notte Miola si svegliò tre volte in preda ad un sogno in cui si presagiva un pericolo in arrivo, la Vivena era comparsa rammentandole di tenere fede al suo impegno se non avesse voluto perdere Tita. Il marito che anche non riusciva a dormire a causa di una storta presa il giorno precedente, tagliando legna, e che gli procurava un gran dolore, la sentì rigirarsi nervosamente nel letto e così lei decise di parlargli delle sue ansie, ma lui non diede troppo peso alla sua confessione. Sorse un nuovo mattino, ed il sole alto in cielo portava una buona giornata, fredda ma solatia, ma il marito di Miola non riusciva ad alzarsi, la caviglia troppo dolente, non gli permetteva proprio di mettersi in piedi, eppure aveva bisogno che il carico di legna tagliata il giorno precedente fosse portato a casa dal bosco, così invitò la moglie a mandare Mèina a prenderlo in Val Duron. Miola affidò alla figliastra il compito di recuperare la legna e poi uscì per andare al torrente. Quando tornò a casa, non trovò Tita ad attenderla, e subito capì che era andato con Mèina. La preoccupazione si impossessò presto della donna e non fece altro che crescere, quando i due fratelli a mezzogiorno non furono di ritorno a casa. D’accordo con il marito chiesero a due giovani del paese di andarli a recuperare. Nel pomeriggio le condizioni meterologiche peggiorarono e Miola si rivolse ad un vecchio taglialegna  che le disse che faceva troppo caldo, si erano staccate valanghe in mattinata in Val Duron e che sarebbe rinevicato presto, si era visto, del resto, il fantasma di Ce-de-lù- Capo di Lupo/l'Uomo Lupo (2), in giro. L’agitazione di Miola aumentò nel momento in cui i due giovani che erano andati a cercare i bambini, rientrarono e raccontarono che a causa delle valanghe che ostruivano le strade, non erano riusciti nemmeno ad arrivare all’imbocco della valle. Miola non attese un attimo di più, evidentemente turbata, disse al marito che sarebbe andata lei, prese uno scialle ed il bastone e si incamminò. L’uomo che non poteva accompagnarla, chiese allora almeno che si facesse accompagnare da alcuni uomini del paese. E così di fretta e furia, sette compaesani si misero alle spalle di Miola, in direzione della Val Duron. Arrivarono in zona che era notte, fortuna che la luce della luna si rifletteva sulla neve ed illuminava il paesaggio. Alla prima valanga, gli uomini si fermarono, mentre Miola mossa dal suo intento a ritrovare i figli, riuscì ad aprirsi un varco, e con lei solo cinque compagni di ricerca la seguirono. Alla seconda valanga, lei riemerse, raccogliendo le forze e andò avanti. E dei cinque uomini, chi la seguiva ancora era solo il fratello, ma alla terza valanga, anche lui rimase indietro, Miola caparbiamente, si tirò fuori da neve e sassi, voltò la testa all’indietro, ma era decisa ad andare avanti. Il fratello che aveva esaurito le forze, la vide allontanarsi nel bagliore lunare. A seguire, caddero altre valanghe e Miola scomparve. A rendere più tetra la scena in lontananza su un pendio, l’immagine di Ce-dé-Lu  che controllava il cammino della donna, comparendo di tanto in tanto molto più in alto e lontano. Intanto gli uomini del villaggio che avevano provato ad accompagnare Miola si erano ricongiunti, pronti a tornare indietro alle loro abitazioni, con la tristezza che colmava i loro cuori, perché per loro Miola era morta sotto un distacco di neve e pietre di quelli che avevano potuto solo sentire per ultimi. Erano esperti e coraggiosi, avevano anche capito però, quanto sarebbe stato grave voler proseguire a tutti i costi, rischiando di perdere oltre la vita di Miola, anche la loro. Invece non sapevano che nell’istante in cui la grande valanga si era staccata dal pendio innevato Miola era già in salvo e continuava seppur sola la sua ricerca nella valle, che diventando più ampia permetteva anche maggiore sicurezza. E fu camminando lungo il torrente che scorse un fuoco intorno al quale vi erano sedute quattro donne, erano le Cristanne (3). Si affrettò a spiegare loro che i suoi figli si erano addentrati nella valle per non fare più ritorno, con l’ansia di una madre che tenta di avvisare più gente possibile per raccogliere informazioni utili. Ma le Cristanne erano già al corrente di tutta la situazione e le risposero che era stato l’Om del la Jàcia - Uomo del Ghiaccio a rapire i suoi figli, per portarli in cima alla montagna e trasformarli con un incantesimo in pernici bianche, lasciandoli poi liberi. Miola ascoltò con il cuore in gola, immaginava i suoi bambini, già volati via, perduti per sempre. Le Cristanne percepirono il suo dolore e cercarono allora di rincuorarla. “L’Uomo del Ghiaccio in generale non rapisce più di un figlio per madre, strano che a te li abbia portati via entrambi! Sicuramente se sali e gliene chiedi uno indietro ti accontenterà”, Miola annuì con la testa, avrebbe avuto solo bisogno di poche indicazioni e avrebbe raggiunto il luogo in cui se era fortunata avrebbe ancora trovato i suoi figli non ancora trasformati in pernici. Una delle Cristanne le indicò “Il monte Aut ha cinque punte. Fra le due punte più orientali c’è una gola ed è lì che abita l’Uomo del Ghiaccio.” Miola ringraziò con tutta la riconoscenza che poteva quelle donne e riprese a salire. La via era impervia ma nulla l’avrebbe ostacolata dall’arrivare in cima, ed infatti vicina alla mezzanotte arrivò alla meta. Nel buio, rischiarato solo da qualche stella l’Uomo del Ghiaccio lo sguardo perso nell’oscurità, appena sentite le richieste di Miola si chiuse ancora di più nel suo mantello e scosse la testa in segno di diniego. Ma quando Miola provò a spiegare che i bambini rapiti erano due, trasalì e la sua chiusura si mutò in ascolto. Si alzò dalla pietra su cui era seduto ed andò a prendere uno dei due figli, non chiedendo a Miola chi avesse voluto indietro, perché per una madre un figlio doveva valere l’altro, ma osservandone attentamente le reazioni. Improvvisamente Miola iniziò a tremare al pensiero che l’Uomo del Ghiaccio le portasse Méina, e lui si accorse di questa agitazione e pensò che la donna lo stesse ingannando. Quando avrebbe avuto davanti a sé i bambini, l’Uomo del Ghiaccio sapeva che avrebbe usato un metodo infallibile per sapere chi fosse davvero il figlio della donna, guardandone la testa. Entrò nell' ingresso della caverna suo rifugio, ma i bambini non c’erano, quella sera erano andati sul monte Dociuril volando sopra la Val Dona. Ritornò fuori e per mettere alla prova Miola le disse: “I tuoi figli sono stati trasformati entrambi in pernici e sono volati via, ora li chiamo. Così fece, emise un lungo fischio e da lì a breve uno stormo di uccelli bianchi arrivò e si posò ai suoi piedi trasformandosi in bambini. Sicuro che Miola nella scelta avrebbe rivelato chi fosse il suo vero figlio, le offrì di portarsi a casa chi credeva. Lei con la morte nel cuore, ricordò ancora una volta il suo impegno e scelse Méina, in quell’esatto istante Tita si ritrasformò in pernice bianca e volò via. La scena lasciò perplesso l’Uomo del Ghiaccio che pensò di aver sbagliato per la prima volta, in quanto aveva pensato che solo uno fosse figlio della donna, e quello era Tita. Intanto Miola recuperata Méina si affrettò a riprendere la strada del ritorno, non c’era tempo da perdere, l’Uomo del Ghiaccio avrebbe potuto cambiare idea, ed inoltre sin dai lontani ma visibili monti del Lagorai si vedevano nubi minacciose che avrebbero portato altra neve. Entrambe scesero con passo spedito, senza troppe parole quando in un bosco di pini cembri sotto il monte Aut, intravidero una presenza evanescente, abbigliata di leggero vestito che sinuoso si muoveva al vento, al collo un fazzoletto bianco. La donna le invitò ad avvicinarsi, il suo sguardo era senza direzione,  iniziò a parlare “Ti affidai mia figlia perché doveva vivere solo 13 anni e non volevo li passasse senza una madre, tu sei stata la migliore madre che io abbia potuto scegliere per lei, hai mantenuto la promessa data senza mai venire meno, educandola ed amandola come avrei fatto io e di questo ti ringrazio”. Miola capì subito, venne riportata al ricordo del suo sogno nella grotta della Vivena di tanti anni prima, la presenza continuò: “Scendendo incontrerai Ce-de- lù, i tredici anni sono passati e lui ti attenderà per sbarrarti la strada, ma non temere io ti accompagnerò e ti sarò accanto, cerca di arrivare a Fossaz prima dell’arrivo della tormenta”. Meina nel frattempo non aveva mai smesso di rimanere aggrappata, alla sua seconda madre, mossa da un tremore irrefrenabile, dalla paura di quella visione, sebbene non avesse compreso il senso di ciò che era stato detto. La visione scomparve e le due donne ripresero il cammino su un terreno impervio, reso ancora più pericoloso da crepacci e dal rischio di valanghe. Ad un certo punto videro in lontananza la figura di un uomo, vestito di abiti simili a stracci, un cappello tondo in testa con tanto di piuma, ma calato così basso che non si distingueva dove terminasse il capo ed iniziasse il collo. L’uomo improvvisamente sparì. Il loro tragitto diventò pericoloso a causa di massi che cadevano dall’alto rendendo il tracciato più difficile da percorrere. Alzarono gli occhi per vedere da dove cadessero le pietre e rividero l’uomo, era lui che gettava giù i massi, finalmente potevano scorgerne il volto, che non era umano, ma quello di un lupo, era proprio Ce-de-lù, l’Uomo Lupo, l’Inesorabile. Miola iniziò ad urlare di farle passare, ma più lei urlava più lui le diceva che non le avrebbe fatte proseguire, lui sapeva che Mèina non era la figlia di Miola e nonostante le rassicurazione della ragazza alle sue domande, d’improvviso la trasformò nuovamente in una pernice bianca e Miola la vide scomparire nel cielo. Era impietrita, ma in quell’istante ricordò le parole della donna evanescente incontrata poco prima, mentre rammentava, udì il battito di ali, vide una pernice bianca e poi all’improvviso vide suo figlio Tita poco lontano. La madre lo strinse al cuore e lui con fare concitato iniziò a raccontare cosa gli era successo. “Oh mamma se solo sapessi! Ieri sera sono andato a dormire sul monte Dociuril con tutte le pernici e c’era anche Mèina, ma all’improvviso tu ci chiamavi, prendevi per mano Mèina andandotene e lasciando tornare me al riparo con gli altri uccelli. E mentre facevo questo sogno mi sento scuotere e vedo Mèina davanti, che mi mette fretta affinché io ti raggiunga e tu possa oltrepassare il fosso, oltre il quale non potresti spingerti senza di me. Poi è arrivata una donna vestita di bianco con un fazzoletto al collo ed ha chiesto quanti uccelli fossimo, le abbiamo detto di essere quarantanove, ci ha quindi contati per essere sicura di quel numero e poi ci ha detto che l’Uomo dei Ghiacci aveva deciso di fare ritornare in forma umana uno di noi, mi indicò e mi mostrò la strada che dovevo seguire per raggiungerti.” Miola si sentiva sicura, sapeva che sarebbe tornata a casa con Tita, lo avevano confermato Mèina, la Donna di bianco vestita e l’Uomo dei Ghiacci che aveva permesso a Tita di ricongiungersi con lei. Guardò in direzione di Ce-de-lù e gli intimò di lasciarla passare con il figlio, l’Inesorabile capì che non poteva più niente, serrò i lunghi denti ma arretrò scomparendo fra le rocce. Miola oltrepassò il fosso ghiacciato con Tita, il loro passo era diretto verso casa, imboccando il sentiero di ritorno che li riavrebbe portati verso la loro abitazione tirò un sospiro di sollievo, le nubi alle spalle continuavano a far avvicinare una nuova tormenta di neve ma di fronte a lei sorgeva l’alba.  



Note:
1) Vivena, sinonimo anche di anguana, donna che abita i boschi e le grotte, che ha il dono della premonizione.
2) Cè-de-Lu (Ladino) Capo-di- Lupo/Uomo Lupo Fatùrec (fantasma) che nelle notti d’inverno si aggira per le alte vette. La sua visione viene considerata foriera di neve. Viene detto anche ’l’Inesorabile’ in quanto nessuno può combatterlo.
3) Le Cristanne sono donne selvatiche del monte Gardenaccia che conoscono il futuro.

La leggenda delle ‘Due Madri’venne ascoltata da K.F.Wolff la prima volta nel 1905 in Alta Val di Fassa, da un’anziana del luogo, fonte attendibile, a detta dello scrittore, della storia e dei numerosi particolari che la caratterizzano. La storia viene pubblicata però solo la prima volta nel 1930 in una rivista locale ‘Bozner Hauskalender’. L’adattamento su cui si basa la mia narrazione è riferita alla versione originale di Wolff, di cui ho letto due traduzioni dello stesso autore (1967 e 2013) sebbene l’abbia comparata con quella di Brunamaria Dal Lago e quella di Nicola De Falco, che, entrambi ne tracciano un racconto più breve e per certe parti rivisitato. La mia scelta di farne anche un racconto lungo e particolareggiato deriva dal fatto che nella versione originale la narrazione è fitta di particolari che ritornano ed offrono in maniera  marcata elementi di numerologia e simbologia che ho ritenuto utili ripercorrere in quanto rappresentano un racconto simbolico nel racconto. Andando oltre il velo delle parole intessute a creare la trama della narrazione, si osserva l’immagine che ne deriva e che amplia un processo informativo che è via di accesso a saperi ulteriori, che sicuramente possono essere approfonditi molto di più degli accenni di cui mi appresto a scrivere, ma che intendono essere spunto di riflessione e di esplorazione ulteriore.

La premonizione E’ l’elemento principale della storia, che si manifesta in più frangenti, sogno, comunicazione, visualizzazione. Attraverso il sogno Miola verrà a conoscenza del suo avvenire nella grotta della Vivena, che pure è in grado di prevedere il futuro e di confermarle cosa accadrà nella sua vita. Legate alla profezia sono anche le Cristanne, le donne selvagge che Miola incontra lungo la sua salita al monte Aut. Sanno già dei suoi figli rapiti e di chi li tenga e si offriranno di dare saggi consigli. La madre defunta di Mèina, Miola la incontra due volte, a distanza di anni, la prima in sogno, la seconda vedendola insieme alla figlia. Entrambe le volte la donna dal fazzoletto intorno al collo appare in boschi di abeti.

Da matrigna a Madre. La grotta della Vivena è il primo luogo importante della storia, è quello dove avviene la premonizione e dove inizia la trasformazione che porterà Miola alla realizzazione che lei sarà madre della figlia dell’uomo che sposerà e non matrigna come la società in cui vive, vuole definirla. Del resto il termine matrigna seppur provenga dalla stessa radice di madre, evoca nell’immaginario una madre che non biologica, si rivelerà con molta probabilità non amorevole se non addirittura ostile, verso i figli di primo letto di un marito. In questa visione si mettono in competizione le due anime femminili della famiglia, anche e a maggior ragione perché non dello stesso sangue. Miola invece è lontana dalla cultura in cui è cresciuta, non comprende, lei manifesta caratteristiche prettamente appartenenti alle donne che nascono e crescono in contesti matriarcali, in cui all’educazione di una bambina o un bambino partecipa la comunità tutta. Lo mette bene in evidenza quando dice alla Vivena di volere già molto bene alla bambina del vedovo che ama e di non comprendere la preoccupazione e l’opposizione della sua famiglia. Lei sarà madre due volte ma solo una volta biologicamente. La storia incentrata su una madre ed una matrigna ed un figlio ed una figliastra, manifesta come questi termini, diventino peggiorativi del ruolo sia di madre che di figlia. Le qualità di Miola vengono evocate bene nella versione della Professoressa Dal Lago Veneri, quando inizia il suo racconto con una frase tratta dall’opera di Johann Jakob Bachofen, giurista, storico ed antropologo svizzero, che scrisse nel 1861 ‘Das Mutterrecht’, ‘Il Diritto delle Madri’, noto anche come ‘Il Matriarcato’, evidenziando come le culture matriarcali fossero culture di pace ed anche dove c’era guerra portavano un cambiamento di paradigma incentrato sugli equilibri fra persone e natura. Ed è proprio Miola che essendo connaturata a questa forma mentis, nella versione in analisi asserisce “Io sono della razza delle Madri, quelle che hanno mutato le spade in aratri: io farò pace” come a dire, io scardinerò i meccanismi a cui tutti ci siamo abituati e che vedono solo la madre biologica a poter essere madre amorevole di una figlia che non provenga dal suo grembo. Se è vero che Miola attua questo in nome di in un giuramento è anche vero che dichiarando sin da subito di volere molto bene alla bambina manifesta affetto sincero da prima dell’impegno preso.

La grotta Elemento che compare due volte nel racconto, è il luogo in cui Miola viene avvertita del fatto che sarà madre due volte, della figlia di colui che diverrà suo marito e del figlio che nascerà dal suo grembo; è anche il luogo dove l’Om de la Jàcia – l’Uomo del Ghiacci va a cercare le pernici, cioè i bambini morti e trasformati in questi candidi animali. La grotta simbolo della Dea, si manifesta così come luogo di collegamento fra i Mondi della Vita e della Morte.

Tita La scena in cui rimescolando la polenta nel paiolo-calderone il contenuto si rovescia e lui si brucia mi ha riportato a reminescenze della mitologia gallese con la figura di Gwion, quando nel racconto di Ceridwen si scotta con la pozione del calderone.

Numerologia Se i numeri compaiono spesso nelle narrazioni, leggende o fiabe che siano, in questo racconto vi è una particolare abbondanza di numeri e di una lettura di tipo unitario rispetto al contesto narrato e di origine. La descrizione che ne deriva non vuole certo essere esaustiva di tutti gli aspetti che i numeri rappresentano, ma una considerazione personale di come certe cifre ritornino e si collochino in un determinato contesto di tipo ‘circolare’. Tita il figlio di Miola ha 7 anni e Méina 13. 7 il numero della totalità dello spazio e del tempo e del movimento ad essi correlato. Origina dalla somma di 3+4 e quindi dal triplice aspetto e manifestazione della divinità e dal quattro dei corrispondenti elementi della manifestazione terrena della vita. E’ il numero che unisce il fisico e lo spirituale diventando il numero magico per eccellenza. Méina sarà la ragazza che a 13 anni muore, perché questo era nel suo destino, ma il 13 al pari del 40 rappresenta la morte fisica e soprattutto simbolica, ma anche la Vergine Maria. La Madonna e quindi ancora una volta il Sacro Femminile, viene richiamato anche dal 49, numero delle pernici presenti sul monte Aut. Tornando al 3 sono tre le volte che Miola si sveglia nella notte perché presagisce qualcosa di grave. Mentre il 2 delle due madri, dei due figli, dei due fratelli che vanno a cercare Mèina e Tita quando non tornano a casa, indica la polarità che nella cultura pre-cristiana era vista non come separatrice ma come complementare e nel racconto si sottolinea magistralmente, le due madri sceglieranno il loro ruolo, secondo i piani in cui esistono, la donna morta fungerà da monito a Miola ogni volta che l’impegno preso dovesse venir meno; la madre viva, Miola, accetta l’impegno di ampliare e vivere la sua maternità oltre la comune accezione del suo tempo; i due bambini per quanto litighino, per quanto Mèina sia distratta talvolta nel confronti del fratello, salgono insieme a recuperare il carico di legna del padre. Quindi affrontano insieme l’impegno oneroso, di condividere quell’esperienza che sarà oltre l’intento primario. Sono gli opposti che non divengono antagonisti ma alleati. Quando Miola va a cercare i figli su per la montagna viene accompagnata da 7 uomini che diventeranno poi 5 e poi 1 a seguito di 3 valanghe. Rimasta sola, proseguirà senza nessuno la sua ricerca. 7+5+1 ha come risultato di nuovo 13. La morte fisica per Mèina sarà comunque anche accompagnata dalla morte simbolica di Miola, che vive accanto ai figli una vera e propria iniziazione, le valanghe, la isolano e la proteggono in questo percorso che poteva essere solo suo e dei figli, solo così potrà esplorare la ‘profondità’ di quel cammino. 5 infine sono le punte del monte Aut dove i figli trasformati in bianche pernici abitano, il 5 numero che collega il basso con l’alto, ci riporta al pentacolo, altro simbolo della Dea Madre.

Il bosco di abeti La madre di Méina sia quando viene sognata che quando viene visualizzata, nella storia emerge da un bosco di abeti. L’abete sempreverde simboleggia fra le altre cose ciò che non muore, e quindi ci parla di una morte apparente, e ben si ricollega al significato del numero 13 degli anni di Méina.

Aspetti della Dea. In questo racconto viene narrata la Dea nella sua emanazione di Regina del Gelo, foriera di neve e ghiaccio, quindi nella veste seppur innominata di Samblana, o di Holle, Holda o Berchta, Perchta. Suoi rappresentanti diventano così l’Om de la Jàcia-l'Uomo del Ghiaccio (una sorte di Caronte dei monti) e Cé-de-lu l’Uomo Lupo. L’Uomo Lupo è fantasma delle alte vette, che riveste oltre a rappresentazione della Dea dell’Inverno anche quello di Guardiano, riconducibile anche a manifestazione e figura che le paure di Miola assumono, ed è solo nella fermezza di colei che sa cosa vuole e dove intende andare perché lo pensa e lo sente, che lui scomparirà fra gli anfratti della montagna. Berchta compare nella Ruota dell’Anno come Dea Oscura variando poi in Dea Luminosa. Berchta è anche colei che connota la stagione tardo autunno-inverno sino alla soglia della festa di Imbolc, quando la natura timidamente inizia a mostrare i primi segni della vita che riprende. Questo aspetto è ben rappresentato dal rifugio de l’Om de la Jàcia-l'Uomo del Ghiaccio, che abita in una forra fra le due vette poste più ad est del monte Aut, che pone questo racconto a cavallo fra la Morte e la Vita fra l’inverno ed il primo timido cenno di cambiamento che si ha con il mese di gennaio dalla sua seconda metà in poi, quando le giornate visibilmente già più lunghe offrono quà e là abbozzi di qualcosa che pulsa sotto la terra, dopo la quiete del tempo del buio sebbene il ghiaccio, alle alte quote la faccia ancora da padrone. Anche Miola oltrepassato il fosso ghiacciato, ed imboccato il sentiero boschivo che la porterà a casa vede in lontananza l’alba, sebbene alle spalle il paesaggio sia connotato da nubi che porteranno nuove tormente di neve.





Le pernici La figura della Dea dell’Inverno è ben rappresentata anche dai bambini defunti che vengono trasformati nei bianchi uccelli simbolo della montagna, ma anche come altri uccelli ci conducono al concetto di morte e ci riportano alla figura di Berchta (Holda, Perchta, Holle) ed al suo corteo che sorvola la Terra alla fine delle 12 Notti Sante del Tempo del Solstizio d’Inverno, sebbene nella versione tradizionale i bambini morti vengono trasformati dalla Dea in cani. La pernice inoltre è simbolo associato alla greca Dea Artemide, che fra le varie peculiarità è anche una Dea che porta fertilità e rinnovamento al pari di Berchta, e come Berchta gira per i boschi con un proprio corteo, questa volta di ninfe. Entrambe le Dee rappresentano le mutevoli energie del Femminile. La figura della pernice acquisì poi in epoca cattolica una valenza negativa ed addirittura diabolica poiché secondo una visione ebraica, ruba e cova le uova che non sono state deposte da lei, manifestando avarizia. Ma torniamo alla lettura pre-cristiana. La pernice cambia il suo manto rendendolo immacolato in inverno e sfoggiando un piumaggio screziato marrone quando la neve si scioglie, manifestando così una grande capacità di trasformazione, la stessa trasformazione che avviene con la morte, portando la sua visione oltre l’apparenza del concetto di termine di qualcosa in variazione e trasformazione. Vladimir Propp nel suo ‘Le radici storiche dei racconti di magia’ ci illustra come la morte sia spesso associata alle figure di uccelli e Nicola De Falco nel suo ‘Miti ladini delle Dolomiti’ sottolinea come le anime dei morti furono così spesso associate a figure ornitomorfe e come questo non possa essere letto come una casualità. La cosa interessante in questa analisi est-ovest è la similitudine di significato che gli uccelli rappresentano in Tradizioni che se lontane fisicamente manifestano invece vicinanza e affinità ed a cui è utile volgere lo sguardo  in una lettura comparata di leggende o fiabe. Fra le vette ladine abbiamo però altre figure che suffragano questa visione, compare così Filadressa, la donna rapace dell’Ampezzano che rapisce i bambini trasformandoli in uccellini e custodendoli fra le rocce del Sorapiss. Pelna, una ninfa che si presenta come colomba e rapisce l’anima del suo amato. Versione analoga troviamo in Val Gardena in cui si manifesta come usignolo. Abbiamo anche il Variul da la flüta, il rapace dal becco d'oro che con un alito di fuoco accese la fiamma sacra in eterno ricordo del Regno dei Fanes.Sempre all'interno della saga del mitico popolo delle Dolomiti troviamo la figura ctonia della strega Tsicuta che si presenta spesso come gazza o cornacchia. E sempre corvi sono coloro che consegnano le anime dei caduti in battaglia, che trasformati dalla potenza numinosa si muteranno in fiori variopinti.

Il mutamento. In questa storia si manifesta non solo con la trasformazione di Méina in pernice quando muore, ma anche con  la ‘trasformazione’ di Miola nel percorso che ignara la porta ad accompagnare la vita di Méina sino ai suoi tredici anni ed a tornare indietro dalle pendici del monte Aut, più consapevole e quindi più forte come donna e come madre. Il mutamento è il secondo elemento chiave di questa leggenda dopo la premonizione, peculiarità che si associano a due Dee lunari come la celtico-germanica Holda e la greca Artemide. Il mutamento ci porta dallo scorrere della vita sino alla morte, che però diventa solo una manifestazione della vita stessa. Mèina viene trasformata e vola verso qualcosa di nuovo. La stessa grotta dove l’Om de la Jàcia – l’ Uomo del Ghiaccio vive è posta in una gola fra le due creste più orientali del monte Aut. L’est ci porta verso la primavera, verso una nuova manifestazione della Natura. Quindi la morte fisica diventa solo il volo verso l’oriente di rinnovamento e rinascita. Il sentiero percorso da Miola diviene non solo ricerca dei figli ma ben altro, rito di iniziazione sebbene inconsapevole. Per ritornare a casa Miola deve lasciare andare Mèina. Quando riesce a fare si che Cè-de-lu Capo di Lupo, la lasci passare è perché si arrende al fato, lascia andare le paure e le insicurezze. Il tutto assume chiaramente il connotato di ciò che sempre Propp definì come “trasposizione del senso del rito”.

Il fosso ghiacciato E’ solo affrontando il buio, il freddo, il timore, l’incertezza che Miola compie un viaggio che non è solo ricerca dei figli, ma anche confronto con le sue paure più profonde, che le permetterà di trovare la fermezza di oltrepassare il fosso ghiacciato, che rappresenta una soglia a tutti gli effetti, fra la morte e la vita, fra il prima ed il dopo, fra il freddo e l’oscurità e la strada che conduce a casa verso un’aurora che sorge.









Immagini tratte dal web

Bibliografia

*Carlo Felice Wolff  L’Anima delle Dolomiti, Capelli Editore 1967 Pag. 129
*Karl Felix Wolff Leggende delle Dolomiti, il Regno dei Fanes, Mursia Editore 2013 Pag. 105
*Bruna Maria Dal Lago, Elmar Locher Leggende e racconti del Trentino Alto Adige, Newton Compton 1983 Pag. 59  
*Nicola Dal Falco Miti ladini delle Dolomiti. Le Signore del tempo, Palombi Editori 2013 Pag.126
*Christian Stocchi Dizionario della favola antica,  BUR Biblioteca Universale Rizzoli 2012
*Patricia Monaghan Figure di donna nei miti e nella leggenda, Edizioni Red 2004
*Vladimir Ja. Propp Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton Editori 1977




venerdì 5 gennaio 2018

Lo Zelten il dolce della Tradizione del Solstizio d'Inverno che si mangiava il 6 gennaio






Dal Trentino al Tirolo passando per il Sudtirolo, il Tempo del Solstizio d’Inverno significa a livello di dolci tipici lo Zelten. Lo Zelten viene preparato diversamente a seconda delle zone di appartenenza ed è fondamentalmente un dolce della tradizione contadina montana. In Tirolo assume la forma di un panpepato allungato di frutta secca e miele, in Trentino viene fatto con farina bianca 00 e meno frutta della versione sudtirolese, che invece è fatta con farina integrale, frutta secca, fichi, noci, mandorle e talvolta anche liquore. Le varianti sono tantissime come le famiglie dove d’abitudine viene preparato e che custodiscono ognuna un proprio piccolo segreto per renderlo unico. Le prime testimonianze documentali di questo dolce appartengono al 1700, dove in un manoscritto conservato presso la Biblioteca di Rovereto scopriamo che veniva già prodotto in epoca medioevale, quando probabilmente le sue origini parlavano di un ancor più antico passato. L’etimologia della parola Zelten (o celteno) ci riporta al termine ‘Selten’ che in Tedesco significa ‘talvolta’e che evidenzia come la sua produzione avvenisse solo per le festività natalizie. Ma leggendo di questo profumatissimo pandolce speziato, cosa mi hanno colpito, sono state le tante indicazioni che lo legano al Culto della Dea Madre nella sua manifestazione del freddo e del’inverno. Questo periodo dell’anno è legato sin da tempi antichissimi a Holda, denominata anche Hulda, Berchta, Perchta, Frau Holle, Stempa, nomi diversi per la stessa emanazione sacra. Ma andiamo ad analizzare i simboli di questa prelibatezza. Oggi lo Zelten viene prodotto sia in forma quadrata o rettangolare che di cuore, ma la sua forma originaria fu e rimane quella circolare. 





Il primo pensiero vedendolo è quello del disco solare su cui spesso mandorle disposte in un particolar modo sembrano disegnare raggi che riportano alla memoria un sole splendente o ancora sempre mandorle disposte a forma di fiore, come a richiamare attraverso il sole il risveglio della fioritura della natura. La tradizione più autentica vuole che venga prodotto il 21 di dicembre esattamente in concomitanza con il Solstizio d’Inverno, giorno oggi dedicato a San Tommaso, per essere consumato successivamente. 





La preparazione avviene con i componenti della famiglia, uomini e donne, in passato insieme ai dipendenti agricoli tutti, sebbene la ritualità legata a questo dolce viene eseguita solo dalle donne. Ci si trova quindi intorno al tavolo della Stube per tagliare a piccoli pezzetti la frutta secca che costituirà la parte principale del pane, una volta finito di amalgamare l’impasto le dipendenti agricole, uscivano dalla Stube con le mani ancora imbrattate per andare ad abbracciare un albero da frutto posto all’esterno dell’abitazione. In questo gesto vi è chiaramente il ‘sacrificio’ di parte dell’impasto che viene condiviso con gli alberi, quanto il buon auspicio dell’offerta fatta. Le mani sono ancora piene di un impasto ricchissimo di frutti, cingendo l’albero è come ripassargli la ricchezza che ha prodotto, che è stata raccolta e che ora viene impiegata come nutrimento. L’abbraccio rappresenta così la gratitudine, ma anche la fiducia che quella ricca produzione torni con la nuova stagione, e quell’albero che ha sfamato ed attraverso i cui frutti si sta onorando la nascita del Nuovo Sole torni proprio grazie al Sole ad essere rigoglioso e carico. L’abbraccio diventa scambio, ricordo, riattivazione delle energie sopite. Sempre in concomitanza con il Solstizio d’Inverno vi erano tre tradizioni che le giovani ragazze seguivano per sapere chi le avrebbe sposate nell’anno a venire, la domanda veniva fatta a San Tommaso, quesito che in tempi pre-cristiani sicuramente era posto alla Dea Holda/Berchta che era la Divinità preposta anche alla divinazione in questo periodo dell’anno, la notte del Solstizio infatti, Holda veniva invitata in casa calandosi dal camino nella speranza che la sua presenza desse indicazioni sul futuro. Si chiedeva di venire a conoscenza del nome del futuro sposo estraendo a sorte un bigliettino, uno fra i tanti, su cui erano state scritte le lettere dell’alfabeto. La lettera estratta sarebbe stata l’iniziale del nome di colui che il fato aveva messo sulla strada della giovane ragazza. Altra tradizione tipica era andare a letto mettendo accanto al giaciglio, uno sgabello di legno. Anche in questo caso veniva chiesto a Dea Holda/San Tommaso di fare comparire in sogno seduto su quello sgabello l’immagine di colui che si sarebbe innamorato della fanciulla nell’anno che stava per iniziare. Il terzo metodo è forse quello che mi ha incuriosita di più in quanto si può definire alchemico. Le ragazze in cerca del fidanzato, usavano del piombo fuso fatto colare su acqua per poter dedurre la sagoma del volto del futuro innamorato. Innanzitutto ho pensato ai colori, il piombo è grigio/argenteo e la neve ed il ghiaccio sono solo cristalli di acqua e richiamano fortemente i panorami invernali di questi luoghi, che non sono del resto, di colore bianco/grigio ghiaccio nel Tempo del Solstizio invernale? Quindi da un punto di vista cromatico il richiamo a questa stagione è evidente ma c’è di più, a livello alchemico l’Acqua è associata al Mercurio originale ed alla Luna, evidenziando un altro chiaro elemento legato al Culto Femminile. Ma ritorniamo alla preparazione iniziale, una volta data la forma, il pandolce è pronto per il fuoco e la cottura, e la proprietaria della casa, lo benedice con acqua santa prima di introdurlo nel forno. La benedizione con acqua santificata insieme alla fumigazione con erbe raccolte il 15 agosto e l’8 settembre (due date a livello cattolico legate all’Assunta ed alla nascita di Maria, ma che vanno a stratificarsi su precedenti feste come ad esempio il 13 agosto legato alla Dea italica Diana), viene ripetuta tre volte, prima di consumarlo con tutta la famiglia solo il 6 gennaio : la vigilia di Natale, quella di Capodanno e quella del Berchtentag - Giorno di Berchta il 6 gennaio appunto. I quattro elementi sono quindi tutti rappresentati: lo Zelten- Terra, il forno della cottura- Fuoco, la benedizione–Acqua e la fumigazione- Aria. Ma i quattro Elementi vengono anche richiamati dal tracciare sempre ad opera della proprietaria della casa, una croce sullo Zelten stesso, finita la sua produzione. La croce nel cerchio, il potere delle direzioni e dei relativi elementi richiamato all’interno del Disco Solare, riporta chiaramente alla croce celtica. Lo Zelten veniva così conservato nella segale, per mantenerne la freschezza e non farlo diventare troppo duro. Le forme più piccole venivano regalate ai dipendenti, la forma più grande era per la famiglia contadina e veniva condivisa intorno al tavolo della Stube, proprio il giorno successivo alla notte in cui Berchta-Perchta con il suo passaggio conclude le Dodici Notti Sante segnando il termine del periodo del Buio, iniziato la notte del 31 ottobre con la celebrazione di Samhuinn- Samhain, e lasciando così spazio al Tempo che vedrà piano piano la luce aumentare e che ci condurrà verso Imbolc- Lichtmess- Candelora.  




Ancora due curiosità: piccoli dolci di marzapane a forma di scrofa, talvolta insieme a gruppi di piccoli maialini, si acquistano e regalano in queste feste che volgono al termine come portafortuna, alcuni addirittura li collezionano. 





Ed in passato il mercato dei maiali si teneva in concomitanza con il giorno più breve dell’anno, quello del Solstizio d’Inverno. Sappiamo che i maiali ed in particolare la scrofa è legata ad una Dea, altra Regina del Tempo del Buio, la gallese Ceridwen, quindi anche in questo caso possiamo leggere nella scelta di tenere il mercato dei suini il giorno più corto dell’anno, un chiaro significato simbolico legato a questo animale. Ma intanto è quasi arrivato il momento di gustare lo Zelten, il dolce della Dea dei magici giorni del Sostizio d’Inverno.








Immagini
*1-2-3-4-6 tratte dal Web
*5 tratta dall’archivio personale

Bibliografia

*Lucillo Merci Le più belle leggende dell’Alto Adige,  Manfrini Editore 1989
*Abbazia Sant’Agostino Ramsgate Grande Dizionario dei Santi, Edizioni Piemme 1990 Pag. 754-755

Sitografia